Janet Planet
di Annie Baker
113', 2023, Stati Uniti
1991, Lacy (Zoe Ziegler) trascorre l'estate dei suoi undici anni nel Massachusetts insieme alla madre Janet (Julianne Nicholson), una donna profondamente legata a pratiche spirituali e alla medicina cinese, tra cui l'agopuntura, che esercita come professione.
Janet non è sposata e sviluppa legami emotivi con diverse persone: dal taciturno Wayne, un uomo di mezza età che soffre di emicrania, alla sua vecchia amica Regina, con cui riemergono emozioni irrisolte di un lontano passato, fino ad Avi, un leader spirituale carismatico. Attirati dal fascino particolare di Janet, queste persone entrano anche nella vita di Lacy, la quale sembra cercare protezione rifugiandosi in un suo mondo immaginario e solitario, in una costante e sottile ricerca di attenzioni materne.
Dopo il successo dell’opera teatrale The Flick, vincitore del premio Pulitzer nel 2014, Annie Baker esordisce alla regia con Janet Planet, film che esplora un mondo intimo, silenzioso ed estremamente profondo attraverso l’ineffabilità di una figlia che si disinnamora della madre. Un turbinio di sentimenti che fa da contrappunto a un’ambientazione dai lineamenti paesaggistici alla Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore di Wes Anderson.

Un film a capitoli in cui Baker dedica ogni blocco a un personaggio nella sua singolarità, per sottolineare una comprensione totale dell’esperienza infantile di Lacy: la macchina da presa segue i personaggi con inquadrature che spezzano l’immagine intera del soggetto – prediligendo l’ambientazione ai corpi – come a significare una frammentazione interiore tra i sogni di Lacy nel trattenere la madre per sé, e la libertà con cui Janet è decisa a vivere la vita, portando entrambe a confrontarsi con l’impossibilità del desiderio e la loro sofferenza.
Un rapporto madre figlia che scardina il pensiero tradizionale di un esempio di maternità emotivamente forte, affettuosa e comprensiva, portando alla luce crepe interiori e insite nel ruolo stesso – emblematica in tal senso una delle scene iniziali in cui Janet dice a Lacy: «Wayne pensa che sia strano che dormiamo ancora insieme».
Difatti, le parti nella relazione spesso si invertono: Lacy sembra essere la figura più matura, che si costruisce nella propria solitudine al ritmo di una natura presente, dando consigli sulle scelte amorose della madre, mentre Janet emerge come il lato più sognatore della diade, alla ricerca di un amore mancato da cui non riesce ad esimersi.
La vera essenza di questo film trova voce nelle parole di Avi quando, a precedere l’arrivo dell’autunno, nell’ultimo pic-nic con Janet, recita i versi della poesia Elegy IV di Rainer Maria Rilke:
« […] e voi, miei genitori, non ho forse ragione? Voi che mi avete amato per quel piccolo inizio del mio amore per voi da cui mi sono sempre timidamente allontanata, perché la distanza nei vostri lineamenti cresceva, cambiava, anche quando l’amavo, in uno spazio cosmico dove tu non c’eri più. […] Allora ciò che separiamo può unirsi con la nostra vera presenza. E solo allora l’intero ciclo della nostra stagione di vita viene rivelato e si mette in moto»
Un montaggio alternato si immette tra i versi per farci entrare ancora una volta nel profondo della storia: Janet rivede Lacy nelle parole del poeta, tanto più che ne rimane profondamente colpita e chiede ad Avi di ripeterle.
In un secondo momento, l’uomo scompare e rimane l’essenza di un vuoto incolmabile.
Contornate da spazio e tempo in continuo mutamento nel quale riecheggiano la crescita e le esperienze legate all’esistenza, Janet e Lacy capiscono di appartenersi e completarsi.
In eco, le figure di contorno diventano improvvisamente funzionali a una sola presa di coscienza e maturazione delle proprie distanze e dei propri, sempre mutevoli, ruoli.
Durante il ballo finale della contraddanza, Annie Baker concentra la macchina da presa sul volto felice di Janet che si scambia con diversi uomini a ritmo di musica. Lacy la osserva, seduta ai lati della pista da ballo. E mentre una musica tradizionale inglese fa da sfondo a un’emozione di malinconia e di rassegnazione, la regista delinea il forte senso di consapevolezza di Lacy nel non poter ambire a possedere la completa attenzione del soggetto dei suoi desideri, per quanto per sempre parte della sua vita.
[Alice Molari]

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