Le città di pianura
di Francesco Sossai
100', 2025, Drammatico, Italia
Dopo l’anteprima a Un Certain Regard e l’ottimo riscontro al box office (oltre mezzo milione d’incassi), Le città di pianura conferma il talento di Francesco Sossai nel raccontare il nordest nostrano con uno sguardo insieme realistico e poetico.
Le città di pianura è il secondo lungometraggio del regista, che qui sceglie di rappresentare un contesto a lui familiare: la vita di provincia veneta. A guidarci in questo viaggio, sia in macchina che a piedi, sono due signori perennemente alticci: Dori e Carlobianchi, interpretati rispettivamente da Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano. La ricerca del bar dove “potersi bere l’ultima” li farà imbattere in Giulio, timido studente di architettura. Un road-trip alcolico, quello di Dori e Carlo, che presto si trasforma in momento di crescita per Giulio, ma che porterà anche il ragazzo a insegnare qualcosa a quei due sgangherati.

Sensibilità differenti e, soprattutto, generazioni distanti che si incontrano. Ciò che le accomuna? La stessa mancanza di fiducia verso il futuro, lo stesso scetticismo verso la vita e la convinzione che l’esistenza possa essere affrontata solo vivendo “alla giornata”. Giulio è bloccato da queste sensazioni, al contrario Carlo e Dori ne sono felicemente anestetizzati. Il loro inno de “l'andare a bersi l’ultima” ricorda per certi versi la filosofia dei personaggi in Un altro giro, tuttavia la storia non è avvolta dal senso di colpevolezza ed errore che impernia il film di Thomas Vinterberg, ma da un velo favolistico e scanzonato.
Carlo e Dori sono un po’ il Gatto e la Volpe e Giulio è il loro Pinocchio. Le loro azioni non hanno mai conseguenze nefaste sulle persone che li circondano: qui bere non porta disagio, bensì apertura mentale, flessibilità e illuminazione.

La regia di Sossai restituisce la visione alterata e psichedelica dei personaggi attraverso cocktail di gamberi che diventano grandi quanto la figura di Dori, tanta è la voglia di assaporarli, o l’auto di Carlo che si destreggia veloce tra le curve con un uso mirato del time-lapse. La fragilità di Giulio è incarnata con naturalezza dall’interpretazione trattenuta e introspettiva di Filippo Scotti, visto precedentemente in È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino. Molte delle scene di conversazione sono accompagnate dalla musica di Krano in sottofondo, creando un effetto antirealistico, che ricorda la natura interamente soggettiva dello sguardo. Le canzoni del cantautore, molte in dialetto veneto, e dalle sonorità folk-blues, contribuiscono a creare quell’atmosfera malinconica e al tempo stesso sospesa in un limbo in cui tutto è possibile, riflettendo a pieno il dualismo interiore che vivono i personaggi.
Questo atteggiamento, tra anestesia e consapevolezza, permette ad ognuno di loro di immergersi nel dipinto della scuola del Veronese per dimenticare, anche solo per qualche secondo, quelle città di pianura in cui vivono: zone morte, ristagnanti, immobili. E se apparentemente l’alcolismo fa pensare ad un rifiuto dell’esistenza, è in realtà proprio ciò che rende consci i protagonisti della sua finitezza, spingendoli ad accettarla. Allora due aloni concentrici lasciati dalla condensa delle birre su una tovaglia possono diventare i cerchi scolpiti all’interno della Tomba Brion di Carlo Scarpa.

Sossai suggerisce che l’alcol, più che fuga, diventi per i protagonisti un modo per sollevarsi - 85 centimetri sopra la stasi della pianura, permettendo di vedere la propria vita, e la vita in generale, in maniera diversa.
L’impressione è che sia lo stesso cinema di Sossai a condurre al di sopra delle cose: il regista fotografa efficacemente un panorama socioeconomico tutto italiano che conduce i suoi personaggi nel baratro, e allo stesso tempo auspica la speranza di un nuovo inizio che possa concludersi in altro modo.
E allora il pubblico la sala saluta con entusiasmo Giulio, seduto su un treno regionale diretto a Verona, con la stessa felicità strabordante di Dori e Carlobianchi, che lo seguono sempre e solo sfrecciando in macchina.
[Carolina Pernigotti]

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