Testa o croce?
di Matteo Zoppis, Alessio Rigo De Righi
116', 2025, Western, Italia/Stati Uniti
Dopo la sperimentazione mito-antropologica del neo-western Re Granchio (2021), Alessio Rigo De
Righi e Matteo Zoppis tornano nelle sale con Testa o croce?, film che vede protagonisti Alessandro
Borghi e Nadia Tereszkiewicz.
Presentato a Cannes 78 nella sezione Un Certain Regard, il film destruttura e rilocalizza il western in un’avventura ambientata nell’Italia post-unitaria, tra show di cowboys, fughe temerarie e paesaggi incontaminati della Tuscia.
La storia si ispira a un episodio realmente accaduto: o così pare. Nel 1890 Buffalo Bill (interpretato da John C. Reilly) fece tappa in Italia per il suo Wild West Show, il teatro-pantomima di indiani scalpati e generali coraggiosi che, sul finire dell’epopea del far west, ne cristallizzò le narrative mistificate. Si racconta che i butteri, ovvero i mandriani originari della Maremma e della campagna laziale, non si siano lasciati intimorire dai cowboys americani: avendo sfidato gli uomini di Buffalo a domare dei cavalli selvatici, riuscirono a batterli di fronte a un pubblico galvanizzato. Il vincitore è Santino, rude ma tenero buttero interpretato da Alessandro Borghi. Dopo aver rimesso al loro posto i cowboys, Santino diventa lo spauracchio di una società che non tollera la disobbedienza. Accanto a lui c’è Rosa (Nadia Tereszkiewicz), una donna intrappolata nella brutalità di un matrimonio violento che si emancipa con un gesto radicale. Da qui in avanti ha inizio un road-movie magico e arcaico, alla scoperta della geografia fisica e morale di un’Italia di fine ‘800 con i suoi sogni d’America mai del tutto svaniti. Attraversando visuali da “Macchiaioli”, la fuga di Rosa e Santino inscena il desiderio di libertà, l’arbitrarietà di un destino sospeso tra testa e croce, il divario tra la storia raccontata e l’anarchica incongruenza del momento.

Come in Re Granchio, anche qui il potere è il vero antagonista: quello patriarcale, politico, ma soprattutto quello demiurgico di chi plasma le narrazioni. Gli autori reinventano infatti il mito della frontiera spostandolo dal far west al piano del racconto, del linguaggio, della memoria: non più il confine tra villaggi e praterie, ma quello tra il vero e il verosimile, tra documento e invenzione, tra epica e diceria, tra la voce di chi domina il discorso e quella di chi ne è escluso.
È in questo cortocircuito che il cinema del duo Rigo de Righi-Zoppis trova la sua cifra. Se da un lato, infatti, emerge l’irrequietezza di un film che non sceglie mai una direzione sola tra western, melodramma, racconto politico e favola nera, d’altro canto la coerenza di Testa o croce? non risiede in una scrittura monolitica, bensì nell’evoluzione artistica dei registi, che da Belva Nera (2013) e Il solengo (2015) fino a oggi tracciano un percorso di scavo sempre più intrecciato e ribelle nelle strutture del racconto e del mito.
Con Testa o croce?, dunque, Rigo e Righi e Zoppis continuano a interrogare la leggenda, stavolta
con una postura iconoclasta e giocosamente punk e la volontà chiara di non fissarsi nelle forme che
lo spettatore si immagina, anche a costo di sembrare sconclusionati.

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