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La vita quando si rallenta

2025-12-02 00:06

Chiara Cortese

Lungometraggi, Approfondimenti,

La vita quando si rallenta

A Straight Story – Articolo di Chiara Cortese 1 dicembre 2025

A Straight Story

di David Lynch

111', 1999, Commedia, Francia-Stati Uniti

Alvin Straight, un anziano contadino del Wisconsin che vive con la figlia, viene a sapere di un malore del fratello che non vede da anni e con cui ha un rapporto segnato dal rancore; decide quindi di intraprendere un viaggio di oltre 400 km per fargli visita e tentare una riconciliazione. Non avendo la patente, per il viaggio decide di dotarsi di un mezzo a dir poco insolito: un piccolo trattore tosaerba John Deere
Durante il viaggio, l’anziano temerario affronta momenti difficili: deve superare temporali e discese impervie, eppure riparte sempre, senza arrendersi. Nonostante il dolore alle anche e l’uso delle stampelle, affronta con coraggio le notti solitarie nella casa mobile – di fortuna – che porta con sé.

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Una Storia Vera di David Lynch non è uno dei film a cui il regista americano ci ha abituati; basato su un fatto realmente accaduto, qui Lynch sembra liberarsi delle consuete atmosfere surreali e dai turbamenti di una mente inquieta per raccontare la realtà con una sincerità limpida, forse come mai prima.

 

L’improbabile veicolo, con la sua lentezza, rimette a una dimensione del tempo – e del viaggio – estremamente dilatata, come a ricordare quanto l’esistenza abbia molto più da dirci se assaporata in ogni suo istante, con attenzione e cura. Lynch sembra infatti domandare velatamente – cosa avrebbe vissuto Alvin se al posto di quel trattore avesse utilizzato una roboante Ferrari? Avrebbe notato i dettagli? Avrebbe avuto il tempo di ascoltare tutti coloro che, in un modo o in un altro, incrocia lungo il cammino?

 

Con lunghi movimenti di macchina, lo stesso regista invita a rallentare per percepire il mondo con occhi diversi, più attenti; abbandonare una volta per tutte l’impulso di spingere quel tosaerba per fargli acquistare velocità, la fretta che ci accompagna ogni giorno, quella che caratterizza la nostra vita quotidiana e da cui è difficile liberarsi. Ad attenuare l’apparente frustrazione di fronte alla “vita lenta”, la realtà filtrata dallo sguardo di un vecchio cowboy: in Alvin ritroviamo il ritmo perduto e la capacità di prestare attenzione al mondo e agli altri..

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Come il Christopher McCandless in Into The Wild di Sean Pen, ma all’opposto, il nostro protagonista si muove attraverso paesaggi che si fanno a loro volta personaggi silenziosi: ogni luogo, ogni incontro, contribuisce alla sua trasformazione interiore. Entrambe le parabole mostrano come il viaggio possa diventare metafora di un percorso interiore: la natura e le connessioni create contribuiscono a formare nuove consapevolezze, se solo si è disposti a prestare attenzione. Tuttavia, mentre McCandless è in cerca di libertà e isolamento per scoprire se stesso, Alvin percorre la sua strada con estrema calma e saggezza, ben consapevole delle “cose importanti”, come quelle cui accenna parlando della figlia con una giovane futura madre alla luce tenue di un braciere nel bosco. 

 

In un mondo sempre più tecnologico e accessoriato, dove il desiderio di possesso sembra dominare le vite dei più, Una Storia Vera ha il pregio di far emergere come il fine ultimo non sia l’appagamento di un desiderio o di una necessità effimera, veloce. Il film alterna eloquenti silenzi a dialoghi ricchi di umanità, accompagnati in punta di piedi dal contrappunto delle musiche di Angelo Badalamenti. Ogni conoscenza sembra un piccolo episodio a sé, con persone che condividono propri frammenti di realtà avvolte dalla fotografia calda dei campi lunghi sui paesaggi del Midwest.
 

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È come se Lynch, parafrasando Schopenhauer, ci stesse dicendo che non è nell’appagamento cieco del desiderio – di per sé incessante nell’uomo – che deriva la soddisfazione,  ma dalla capacità che l’uomo ha di divenire parte attiva della narrazione, di farsi protagonista nel percorso e nella riflessione. 

 

Ci si chiede se, in fondo, non dovremmo tutti assomigliare un po’ di più a quest'anziano contadino: metterci metaforicamente alla guida del nostro tosaerba, coltivare i legami e gli affetti, e concederci, magari, il tempo e il piacere di una buona chiacchierata davanti a un bicchiere di vino. 

Per Alvin, infatti, il vero motore non è il trattore e nemmeno la fame di conoscenza, ma l’amore per suo fratello e per tutte le persone che incontra sul suo percorso. Alla fine sarà proprio negli sguardi che l’uomo ritroverà il fratello, senza gesti eclatanti, con poche parole. 

 

« Non sono ancora morto » pronuncia il protagonista all’inizio del film, prima di mettersi in cammino, quasi a sottolineare che non si è mai troppo vecchi per assaporare ogni istante della vita.

 

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