Orfeo
di Virgilio Villoresi
74', 2025, Fantasy, Italia
Esiste un film che non accompagna, inghiotte. Un film che smonta lentamente la percezione del reale e costringe a restare nudi davanti alle ossessioni più intime…
Orfeo di Virgilio Villoresi è un viaggio nel cuore fratturato di un uomo che insegue un fantasma, un amore perduto che diventa vertigine, incubo, rivelazione.
Villoresi firma un’opera perturbante, affilata come un rituale antico e violenta come un sogno che rifiuta di svanire. Presentato Fuori Concorso alla 82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film nasce dal Poema a fumetti di Dino Buzzati, ma ne trascende le linee: si insinua nel solco del fantastico e lo disintegra dall’interno, creando una dimensione che non è né mito né realtà, ma un territorio psichico dove il desiderio si deforma.
È la storia di un giovane pianista solitario (Luca Vergoni) innamorato di Eura (Giulia Maenza), ballerina affascinante e inafferrabile. Quando lei scompare improvvisamente, la sua assenza non è un vuoto: è un varco
verso un mondo sconosciuto. Nonostante gli avvertimenti dell’enigmatico « uomo in verde » (Vinicio Marchioni), Orfeo lo attraversa. La discesa di Orfeo non è mitologica: è psicologica. La piccola porta che attraversa conduce in un paesaggio che sembra scolpito nella materia instabile del sogno. Qui, creature ibride, figure simboliche e frammenti di memoria convivono in un equilibrio inquieto. L’aldilà diventa una mappa emotiva, un luogo in cui i traumi prendono forma e dove ogni apparizione è un riflesso deformato di ciò che Orfeo non può – o non vuole – lasciare andare.

Villoresi evoca l’idea platonica del mito: l’amore che tenta di trattenere l’irrevocabile, il desiderio che rischia di consumare chi lo prova. Non è solo una fiaba nera, ma un’indagine sul lutto, sul desiderio di trattenere ciò che
inevitabilmente sfugge, sulla violenza del ricordo quando si trasforma in miraggio. È il percorso di un uomo che dissolve il confine fra reale e mentale, trascinato dal bisogno primitivo di recuperare un volto, un profumo, un nome. L’aldilà che attraversa è una proiezione liquida della sua psiche: un labirinto dove tutto è simbolo, ogni dettaglio è un sintomo.
Un mondo costruito attraverso un linguaggio visivo rigorosamente artigianale. La scelta del 16 mm è un modo per restituire all’immagine una consistenza organica, pulsante, imperfetta. La grana della pellicola vibra come un tessuto vivo, mentre modellini, stop-motion, sovrimpressioni e giochi ottici riportano il cinema a una dimensione primitiva, quasi alchemica.

La scenografia è un tempio in rovina della mente in cui ville liberty sembrano reminiscenze dell’infanzia, interni decadenti mutano forma e corridoi non conducono da nessuna parte.
Ogni ambiente è trappola emotiva. La fotografia di Marco De Pasquale modella gli ambienti con una luce che non illumina, ma interroga: tagli obliqui, ombre dense, riflessi che creano una dialettica continua tra ciò che appare e ciò che sfugge. È un’estetica sospesa, in bilico tra il barocco dell’incubo e la fragilità del sogno, evocando quel « gotico analogico » in cui il reale si fa instabile, tra Buñuel e Cocteau.
E poi c’è la musica. Il piano di Orfeo è un cuore che batte fuori dal petto, una confessione che nessuno ascolta. Ogni accordo sembra una forma di resistenza contro il dissolversi del ricordo; ogni variazione un tentativo di trattenere ciò che sta per svanire. È una partitura che amplifica la fragilità del protagonista, rendendo la sua discesa un’esperienza sensoriale più che narrativa.

Orfeo non parla dell’amore come salvezza, ma dell’amore come tensione irrisolta, come forza che continua a generare movimento anche quando la persona amata non c’è più. È un film sulla memoria e sulle sue distorsioni, su ciò che la mente conserva e su ciò che inevitabilmente reinventa.
Il film interroga la fragilità dell’identità: chi siamo quando la persona che ci definiva non c’è più? Cosa resta davvero, se non un semplice ricordo?
In questa discesa senza appigli, il regista non offre spiragli, solo la tensione tra ciò che vorremmo salvare e ciò che il mondo ci strappa via. Non c’è trionfo, non c’è recupero. Solo la consapevolezza che a volte la liberazione non coincide con il ritorno, ma con l’accettazione della distanza.
Il finale è un sussurro tagliente, una metamorfosi emotiva. Un gesto che non salva, ma emancipa.
Orfeo non recupera nulla: si libera dal bisogno.
E quando il buio si richiude, resta una sola domanda: che cosa siamo disposti a perdere pur di non dimenticare?

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