Tokyo Godfathers
di Satoshi Kon.
91', 2004, Animazione, Giappone
Hana, Gin e Miyuki sono tre senzatetto che, a seguito del ritrovamento di una neonata nel giorno di natale, intraprendono una ricerca disperata dei genitori di quest’ultima per le vie di una Tokyo innevata.
Hana è una drag Queen di mezza età che sogna di essere una donna per avere un figlio, Gin è un uomo schiavo dell’alcool e del gioco d’azzardo per i quali ha perso moglie e figlia, e Miyuki è una ragazza di 16 anni scappata di casa.
A fare da sfondo alle peregrinazioni dei tre, la quarta grande protagonista del film: la città di Tokyo. La metropoli è raffigurata sia nella sua tipica caoticità, sia nella ristrettezza deserta dei vicoli di periferia, sotto una neve perenne che qui assume una valenza oltre che scenica, anche simbolica, a indicare la purezza della neonata.
Kon segue passo passo i tre protagonisti nel loro percorso, rivelando una capacità eccelsa nel ritrarne l’evoluzione, sia personale che a livello di gruppo “famigliare”, e conferendo una grande importanza ai trascorsi di ognuno.

Quando Tokyo Godfathers esce nei cinema nel 2001, Satoshi Kon viene consacrato come maestro da pubblico e critica, entrando nell’olimpo dei registi del sol levante e del cinema mondiale.
L’ormai compianto regista aveva già scritto e diretto Perfect blue (1997) e Millennium Actress (2001) ai tempi, due film di forte critica nei confronti della società Giapponese: agli occhi dell’autore, il Giappone tentava di apparire limpido nascondendo le proprie enormi controversie legate in particolare al mondo delle idol e delle star.
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La terza opera del regista rappresenta una novità rispetto ai primi due, in quanto focalizzata sul raccontare una storia caratterizzata da maggiore realismo rispetto alle precedenti, un realismo che si esprime attraverso una scrittura più articolata dei personaggi e dello sviluppo della vicenda. Tokyo Godfathers potrebbe apparire a un primo sguardo diverso dai film precedenti dell’autore, data l’apparente assenza di una spiccata componente onirica, in realtà l’opera conserva in sé quel tratto tanto familiare a Kon che si esprime nel mettere in scena eventi al limite dell’assurdo intorno ai tre protagonisti, e dalla presenza di figure distorte presenti nei titoli di coda. Certo, questi non rappresentano elementi determinanti per definire o meno la presenza del sogno, ma servono quantomeno a creare il dubbio nello spettatore.
Ciò che invece è un evidente richiamo del film è la critica sommessa: si assiste ad un vero e proprio ribaltamento della convinzione tutta Giapponese che la condizione economica sia un riflesso dell’animo e delle azioni del singolo. Kon contesta il principio nipponico per cui la bontà viene vista come direttamente proporzionale alla ricchezza individuale, declassando i più sfortunati, come i senzatetto, a scarti della società per incapacità di adattamento.
Qui il regista rivela tutta l’ipocrisia di questa legge non scritta, ritraendo la bontà dei protagonisti a dispetto della loro condizione. In questo l’autore non scade però nel cliché di una cesura netta fra ricchi e poveri con i primi privi di bontà e i secondi come unici portatori di valori nobili, ma rappresenta nel dettaglio le sfumature.
A distanza di anni, Tokyo Godfathers resta un punto fermo dell’animazione giapponese: una storia che coniuga concretezza e ironia senza mai scadere nella retorica. Un film che continua a commuovere proprio perché capace di vedere l’umanità dove molti scelgono di non cercarla.

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