Gioia Mia
di Margherita Spampinato
90', 2025, Drammatico, Italia
Si preannuncia catastroficamente noiosa l’estate del giovanissimo Nico, ospite di un’anziana zia in Sicilia, tra santini e croci, mobili antichi, caldo asfissiante, nessun amico e soprattutto niente wi-fi.
Inizialmente chiuso in se stesso, oltre che dentro casa, Nico imparerà a coltivare quella noia con la curiosità, aprendosi a nuove amicizie, scoprendo chi si cela dietro i misteriosi spiriti che aleggiano nella casa e riceverà la rivelazione di un segreto che cambierà per sempre il suo rapporto con la zia.
Così diversi, anagraficamente e geograficamente (Nico viene dal nord mentre la zia Gela - un’Aurora Quattrocchi di rara precisione emotiva - è siciliana) i due protagonisti dopo le prime schermaglie e incomprensioni si riconosceranno ciascuno nel dolore – così uguale – della perdita di una persona cara.
Nel cortile di casa Nico conoscerà Rosa, che sembra impersonare la bambina con il pallone in mano del famoso scatto di Letizia Battaglia, imparerà a prendersi cura, a cucinare, a chiedere scusa.

Come le giornate di Nico anche il film ingrana piano piano, da un iniziale silenzio che sembra seguire i movimenti interiori del protagonista a un commento musicale appena accennato e che sfocerà poi in un tripudio di gioia tra le onde del mare nella bellissima scena finale.
Tra rimandi tematici a Ettore Scola (le lenzuola stese in terrazza di Una giornata particolare) ed echi di Archibugi e Torre - per non dire Truffaut -, la regista esordiente Margherita Spampinato abbassa la telecamera all’altezza del piccolo protagonista a cui finiamo per aderire tutti, come spettatori, perché tutti siamo stati bambini, tutti siamo stati parcheggiati da una zia o una nonna per l’estate, tutti ci siamo sentiti fuori posto lontano da casa.

Indimenticabili e adorabili le amiche di zia che portano in fila indiana i dolci per il lutto (di un cane? Certo! l’amore è amore – il migliore inno queer è detenuto dalle nonne) o tentano di riappacificare i due bambini come registe teatrali di quel faticosissimo cimento che è la giovinezza.
Ma sono personaggi anche le tovaglie antiche, le tende, i tavoli e gli armadi troppo alti, gli interni ripresi con una fotografia calda come la nostalgia dell’infanzia.
Un film che si colloca per chi scrive a pieno titolo tra i più attenti e delicati racconti di formazione degli ultimi anni.

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