L'anno nuovo che non arriva
di Bogdan Muresanu
138', 2024, Drammatico, Romania/Serbia
Tra il 20 e il 21 dicembre del 1989 la Romania è un paese sospeso. Nicolae Ceaușescu è ancora al potere, ma il blocco sovietico che lo ha velatamente sostenuto per decenni si sta sgretolando sotto gli occhi di tutti. Il Muro di Berlino è già caduto, l’URSS è in fase di dissoluzione, eppure Bucarest rimane inchiodata a una messinscena di ordine e controllo che ha ormai il sapore della farsa tragica.
Mentre il blocco sovietico si sfalda e l’Europa orientale, con velocità diverse, assiste alla fine dei regimi comunisti, il potere di Nicolae Ceaușescu resta irrigidito in una sorta di autarchia precarissima. La dittatura rumena è più isolata che mai, non solo politicamente ma anche simbolicamente: ha progressivamente reciso i legami con Mosca, trasformando il controllo in un sistema interno, capillare, paranoico.
La repressione non passa più soltanto attraverso l’ideologia, si concretizza ora nella scarsità organizzata e nel razionamento, nel controllo sistematico delle frontiere come degli individui. La propaganda continua a produrre immagini di ordine e stabilità, ma lo fa poggiando su una realtà che non riesce più a sostenere la finzione nella vita quotidiana, ridotta a gestione costante della mancanza, nel presente che si consuma per adattarsi all'impossibilità di immaginare un cambiamento.
È in questo scarto violento tra il racconto ufficiale e l’esperienza reale che si colloca L'anno nuovo che non arriva, esordio al lungometraggio di Bogdan Mureșanu vincitore del FIPRESCI e della sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia 81. Oggi nelle sale italiane grazie a Trent Film.

Mureșanu sceglie di non raccontare la caduta del regime come evento compatto e risolutivo, opta invece per una somma di attese, in un crescendo picaresco che sfocia inevitabilmente in micro-resistenze; il titolo stesso allude a questa condizione di stallo di un tempo che dovrebbe concludersi e invece si prolunga, si incaglia, costringendo chi lo vive a inventare rocambolesche strategie di sopravvivenza.
Sotterfugi e sottotesti che popolano la scena, ne è testimone una vecchia locandina di Giovanna d’Arco che da oggetto di scena si fa citazione: a invocare il rifiuto della rappresentazione, diventando controcanto silenzioso alla messinscena obbligata in onore del dittatore.
Non una sola linea narrativa, quindi, ma una commedia popolare in un intrecciarsi di storie che dà vita a un mosaico in cui nessun’esistenza è centrale e nessuno è davvero mai pienamente marginale.

Una camera a mano movimentata, senza indulgenza e senza giudizio, lascia che la dimensione collettiva emerga dalla somma di solitudini che condividono lo stesso spazio storico. Per tutti sembra esistere solo un presente che si consuma lentamente, sotto il peso di un potere che continua a esercitarsi nonostante sia politicamente già morto.
Anche sul piano formale il film si snoda per addizione di frammenti, rifiutando ogni ricomposizione: immagini d’archivio, riprese televisive e messa in scena cinematografica si susseguono senza cercare illusione di continuità. È nello scarto tra i materiali che il racconto trova infatti la sua misura. I discorsi ufficiali, le trasmissioni celebrative, l’autorappresentazione ostinata di un potere che continua a dirsi saldo entrano in attrito con l’esperienza quotidiana dei protagonisti, producendo un effetto progressivamente grottesco, quasi a lambire la farsa.
Leggerezza di fondo che non è tradimento del dramma, quanto la sua conseguenza: più il regime insiste nel mostrarsi ordinato, più apparire ridicolo. Più la propaganda si irrigidisce, più rivela il vuoto che la sostiene. Il film costruisce così un crescendo che non snatura la violenza del contesto, ma la espone attraverso la lente dell’assurdo. Non negazione della tragedia ma attraversamento: la risata, quando arriva, è sempre amara, sempre in ritardo.

L'anno nuovo che non arriva, in sintesi, non si interessa al momento in cui tutto cambia, bensì a quello in cui nulla sembra ancora cambiato nonostante sia già irreversibile. Solo in fondo al processo diventa chiaro quanto l’uso dei diversi formati non sia un semplice espediente stilistico, ma un modo per restituire la percezione di una realtà che si sta sgretolando in diretta. Ogni immagine porta con sé un grado diverso di controllo, di artificio, di verità.
È un film che osserva la fine di un sistema dal punto di vista di chi non ha strumenti per interpretarlo, restituendo così la dimensione più onesta di quel dicembre: non l’epica della caduta, ma la confusione di chi, inerme, non può che lasciarsi travolgere dagli eventi con il proposito di far emergere faticosamente una nuova coscienza collettiva che cambi l'ordine degli addendi.
Interdum prodest.

%20(2).png)

