“Cime Tempestose”
di Emerald Fennell
136', Drammatico, 2026, Stati Uniti
Era attesissimo e lo sapevamo. La campagna di marketing sull’attrazione anche oltre lo schermo tra i due attori protagonisti, con tanto di dichiarazioni delle amiche di lei “con la bava alla bocca” – qui le virgolette sono d’obbligo – per Jacob Elordi e l’uscita a ridosso di San Valentino avevano avuto il merito di incuriosire o allontanare – dipende dal punto di vista – anche i più scettici.
Andiamo con ordine e partiamo dal presupposto che l’opera in questione non sia la trasposizione fedele di Cime tempestose di Emily Bronte, come la stessa Fennell ha tenuto a precisare usando le virgolette direttamene nel titolo, e che sia quindi la sua visione di ragazza un po’ cresciuta di un amore adolescenziale (nonostante le scelte di casting lo contraddicano) tra due ragazzi che si amano appassionatamente pur facendosi a vicenda del male. La complessa struttura del romanzo viene epurata completamente della seconda metà (per cui temiamo a questo punto un seguito) e appiattita sulla storia d’amore (?) tra Catherine e Heathcliff. Mancano personaggi importanti e altri vengono rivestiti di un ruolo del tutto inventato, a metà tra 50 sfumature di stalla e Bridgerton, ma non ci scandalizzeremo per questo simpatico gaslighting ai lettori di Bronte.

La violenza psicologica rimane anche rispetto a ciò che resta del romanzo. Heathcliff, brutto e cattivo, nel romanzo non ha mai un aspetto romantico ed è qui che sta, a parere di chi scrive, il problema anche pratico di ricezione del lavoro di Fennell. Non si tratta solo di un brutto film.
Perdoniamo i maiali scuoiati, i tuorli d’uovo o il pesce gelatinoso che ci ricordano un po’ troppo tristemente la vasca da bagno di Saltburn, di cui proprio non sentivamo la mancanza.
Sorvoliamo sulle povere risorse idriche inglesi prosciugate dalle infinite scene di patimento sotto la pioggia. E tralasciamo anche i baci alla harmony a sfondo rosa in cui ti chiedi senza riuscire a darti una risposta quali fossero le intenzioni dell’autrice; quello che è pericoloso è il fatto che seguendo questa logica l’amore debba essere tormentato e doloroso, o non essere.
Perché proprio quando Catherine ritrova un po’ di pace e serenità accanto all’uomo che per lo meno le aveva offerto un riscatto, ecco tornare il supplizio dal volto tenebroso e dagli addominali scolpiti che causerà, anche se indirettamente, la morte del padre di lei e di lei stessa addirittura.
Ma invece che incoraggiarci a chiamare il numero antiviolenza, il desiderio e poi l’attuazione della vendetta di lui hanno come unico risultato quello di aumentarne il fascino.

È dunque oltre che plausibile anche affascinante il fatto che un uomo lasciato –seppure per motivi tragici e ingiusti – si vendichi fino al punto di distruggere tutto ciò che ha intorno, compresa la persona che dice di amare?
Il graffio sincero (perso da qualche parte – forse sacrificato sull’altare delle logiche commerciali – da Saltburn in poi) dell’autrice di Una donna promettente si legge solo nel personaggio di Isabel – a prescindere dal suo rapporto con Heathcliff –, completamente ma molto intelligentemente riletto dalla regista. Da ingenua, bruttina e affetta da bovarismo passa a donna che fa dell’autodeterminazione la sua scelta consapevole, sorretto da una bravissima Alison Oliver, che ci piacerebbe rivedere presto sul grande schermo.

Chi fa invece la figura peggiore è proprio il personaggio di Heathcliff (nel romanzo è lui il protagonista) di cui nella prima parte recitano sostanzialmente solo gli addominali e i capelli unti.
Nemmeno l’aver attinto a piene mani dallo stile pop di Sofia Coppola e da certi virtuosismi dell’ultimo Lanthimos può salvare un dark romance alla moda con citazioni (e buona pace) di Emily Bronte, che per fotografia e colori patinati si avvicina più a una pubblicità di Dolce e Gabbana che a un film d’autore.

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